In piazza Fiume un cippo in marmo bianco, situato nel piccolo giardino a ridosso delle Mura Aureliane, raffigura un giovinetto togato che regge un rotolo nella mano sinistra. Si tratta del monumento funerario di Quinto Sulpicio Massimo, un poeta bambino morto a soli undici anni per il troppo studio e l’eccessivo amore per le arti (le Muse) dopo aver preso parte, con altri cinquantadue poeti, alla terza edizione del Certamen capitolino, nel 94 d.C. suscitando meraviglia ed ammirazione nei giudici e nei suoi padroni, che ne disposero per testamento la liberazione. Il suo poema è riportato in greco ai lati della statua. La parte inferiore è invece interamente riservata alla dedica in latino e greco voluta dai suoi infelicissimi genitori Quinto Euganeo e Licinia Ianuaria.
Per quasi due secoli, dal 94 al 276 d.C., la statua rimase bene in vista sul luogo della sepoltura. Ma di fronte alla minaccia incombente dei barbari l’imperatore Aureliano fece costruire in fretta le mura non esitando ad occultare il sepolcro, che fu inglobato dentro ad una delle due torri della Porta Salaria. Il monumento tornò alla luce solo nel 1871 quando venne demolita Porta Salaria per l’ampliamento della sede viaria. Il monumento originale è esposto al Museo Montemartini di Via Ostiense, mentre su Piazza Fiume trova collocazione una copia.
http://it.wikipedia.org/wiki/Porta_Salaria

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