

Giovedi 8 Luglio 2010 è stato presentato il nuovo volume di Roberta D’Otttavi dal titolo “La vita che ti diedi”. Terza raccolta di poesia dell’autrice, arrivato attraverso il ponte emotivo tracciato in “Mahlereusement, Malheureusement”, Ibiskos, 2001, e proseguito con “L’approdo svelato”, Manni, 2006.
L’avvicinamento alla forma poetica è stato lo squarcio di rinnovamento che ha dato voce ad un intimo colloquio della poetessa con se stessa e col mondo esterno.
La lenta conquista di una parola poetica salda e pregnante è divenuta un’ascesa non priva di asperità, che sul suo duro crinale fugge il rumore del tempo e si rivela un’ascesi.
Peraltro la personalissima poetica dell’autrice è innervata di screziature capaci di volgere minuziosamente l’attenzione verso i gesti minimi del quotidiano, e in tale prospettiva è indubbio che la sezione più corposa del libro è quella che serpeggia lungo tutto il volume: la poesia amorosa. Se per Ricoeur la massima fondamentale e semplicissima dell’ermeneutica era “spiegare di più per comprendere meglio” anche la ricerca poetica contemporanea è incentrata sulla comprensione del dialogo amoroso. Per Roberta D’Ottavi l’amore sembra essere una spirale che avvolge la perfezione di ogni esperienza emotiva, nell’intreccio degli atti, nel rituale laico che giunge alla condivisione della naturale essenza umana, nel contatto dei corpi che esalta la progettualità duale con l’energia dei sensi.
E’ lei stessa a scrivere che trae benessere dalle parole chi ne scrive, prima di chi eventualmente ne legge. Eppure, a chi scrive capita di rimanere irretito da qualcosa di superiore, da un modo di essere dell’uomo, che è forma molto rivelatrice di sè: lo sguardo. Non subordinabile ad altro moto espressivo quanto a eloquente riflesso della vita interiore e del pensiero C’è più forza in uno sguardo poetico che in un’intera vita passata a osservare in modo parziale e disattento il difficile mondo che ci è dato vivere. Intrecciare un dialogo cogli occhi può rivelarsi la misura della potenza di uno sguardo. E poiché parola non è forse mai scritta meglio che da lui, a lui è dedicato questo canto, che nell’intenzione della poetessa deve rimanere intimamente sussurrato.

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